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  • Roberto Veraldi

Cosa ne sappiamo noi della morte ?


Cosa ne sappiamo noi della morte?

In un periodo quello natalizio in cui si celebra la vita per eccellenza, oggi voglio celebrare la morte. L’Alfa e l’Omega, l’inizio e la fine di ognuno di noi; la sua rinascita (per chi crede) tra le braccia del Padre, il distacco da questa vita terrena per chi non si dà pace. Purtroppo appartengo, a volte, a questa seconda schiera di persone, a coloro che – pur pervasi di un residuo di fede, fatto a brandelli dagli eventi stessi della sua esistenza -, badano forse alle esteriorità di una vita “in dismissione”, a fine corsa, con lo sguardo spento e inutile, con il respiro affannoso, con il rantolo della Morte (ed ecco che, maledetta tra tutte le sorelle, ritorna), pronta a raccogliere il suo tributo di sofferenza e dolore.

Cosa ne sappiamo della Morte: essa ci accompagna silente sin dai nostri primi vagiti, sempre lì pronta a ghermire la sua preda; un velociraptor in agguato; e noi lì a far progetti e programmi, a dannarci per pene terrene e per guai miserrimi. ..e la sua presenza è sempre lì. Tu giri lo sguardo e scappi via, ma è sempre accanto a te.

Scatta, allora, un processo mentale di autodifesa. Ti chiedi, inconsciamente, come poter affrontare la battaglia e decidi, con una sana riduzione di complessità, che forse il modo migliore è quello di ignorarla; di fottersene. Ti viene quasi la voglia di dire: mi hai rotto i gabbasisi. ..e sai cosa faccio? Penso ad altro perché tu non esisti, sei solo fango mischiato col nulla. E così ricominciamo a vivere. Poi le vicende della vita, gli anni che passano – a volte con forti sensi di vuoto – , ti spingono a riconsiderare il tuo percorso: sarà proprio un problema di Fede? E le tue fragilità riemergono, ti divorano, ti rendono ancora più fragile e ti segnano ancora di più. Celebro la Morte, oggi, e la celebro odiandola con tutte le mie forze; la detesto non per il male fisico che procura, bensì per quello psichico che potrebbe portare. La odio per quel senso di abbandono e di tristezza che noi, figli di una storia antica quanto tutto l’Occidente, ci portiamo dietro forgiati al fuoco del ricordo e del rimpianto, ancorati come siamo ad un dolore atavicamente incorporato da dimenticare la gioia della Vita Eterna. E la Natività, che tra qualche giorno verrà a ricordarci il più grande esempio di Amore, si scontra con le giornate passate nell’attesa di una ferale notizia e nel veder vite che si consumano….5 in tre giorni…in una struttura che rappresenta l’ultima forma di progresso della nostra civiltà.

Mi riferisco all’Hospice, dove persone dotate di alto senso del dovere e di una grande umanità, accompagnano i malati terminali nel loro ultimo viaggio terreno (poi succeda quel che deve succedere, per chi crede e per chi no), oltre a sostenere con grazia e molta pazienza i parenti. Ne vedi di storie umane frequentando questo posto; ne senti di miserie umane ascoltando alcuni racconti. Ci si stringe come intorno ad un fuoco, sconosciuti tra gli altri, quasi a voler esorcizzare la paura del momento, l’attesa è meno amara se la si condivide e la si vive in posti adeguati. E questo lo è! ! Le strutture fatiscenti hanno lasciato il posto ad un reparto dove, si sa, si esce sconfitti ma dove tutto è più dignitoso, perché anche questo è uno strumento per combattere fino alla fine e senza sosta, la bestia.

Oggi celebro la Morte (e non sono certo di quando arriverà la notizia); oggi celebro operatori che non ti abbandonano; quelli che rendono più accettabile (ammesso che si riesca) il tuo dolore; quelli che un sorriso (seppure di circostanza ) riescono a farlo mai dimentichi che siamo Persone. Non conosco, proprio per quel malvezzo di voler ignorare per scansare il più possibile, le politiche su strutture simili; mi auguro e spero che l’hospice diventi una realtà diffusa: abbiamo sempre celebrato la vita in ogni circostanza, impariamo a celebrarne anche la fine.

Roberto Veraldi Aggregate Professor in Sociology of economic development Department of Management and Business Administration University of Gabriele d'Annunzio, Chieti - Pescara Distinguished Visiting Professor in Sociology

University of Belgrade (Republic of Serbia)


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