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CAVERNE, UOMINI E CULTI:LE VOCI DELLA TERRA, LA MIA TERRA



Non fuggire sempre dall'oscurità!

Ricorda i bellissimi laghi che si trovano

nascosti all’interno delle grotte buie!

Nei luoghi meno attesi, ci sono i tesori più belli!

Mehmet Murat Ildan




Un’espressione mesta e rassegnata, illuminata da una tenue luce che risalta l’aurico incarnato, incorniciato a sua volta dai capelli dorati sovrastati da un’esile aureola, emblema di beatitudine e gloria celeste. La folta chioma cade sinuosa sulle spalle della dama, lambendo il sontuoso manto azzurro retto da un elegante diadema. Le lunghe vesti scivolano dolcemente sul terreno e dalle pieghe si intravedono strati dorati che donano regalità alla figura muliebre, ubicata al centro della scena con fare protettivo e materno.

Nella sua verginità e purezza, la Madonna è rappresentata come una rara gemma incastonata tra la nuda terra dal Leonardo Da Vinci, nel suo celebre dipinto “La Vergine delle rocce”.

Maria funge da ponte pittorico tra i due pargoli che a loro volta rappresentano i veri centri tematici dell’intero capolavoro: da un lato il San Giovanni Battista e dall’altro il Gesù bambino intento a benedirlo con il corpo in torsione, dipinto con maestosa precisione. L’estremità della scena è suggellata dalla figura di un angelo, messaggero divino che incarna il legame tra il cielo e la terra, avvolto da seriche e candide vesti.

Esistono due versioni della Vergine delle rocce, una si trova al Museé du Louvre di Parigi, l’altra alla National Gallery di Londra.

La differenza tra i due dipinti non è solo legata alle tonalità scelte da Leonardo, ma da una serie di elementi che rendono il dipinto carico di un alto contenuto simbolico. Quest’opera è avvolta da un affascinante alone di mistero che la rende uno dei capolavori più enigmatici del Da Vinci.





Fig.1: LE DUE VERSIONI DELLA VERGINE DELLE ROCCE.

Fonte: "La Vergine delle Rocce" di Leonardo da Vinci in due versioni | il Chaos.



Destinata ad occupare la parte centrale di una pala d’altare dedicato all’Immacolata Concezione, attualmente la versione del Louvre è esposta agli occhi di milioni di turisti.

Si rimane attoniti dinanzi allo sguardo di quell’angelo dal sorriso serafico, intento a fissare lo spettatore indicando il piccolo Giovanni Battista. Il futuro asceta è rivolto verso Gesù con le mani giunte in segno di preghiera, privo dell’aureola e del simbolo staurico presente nella versione londinese. Il pargolo è raffigurato con un’accentuata innocenza, in attesa del compito e del destino fatale che l’attende.

Lo sguardo dell’osservatore è catapultato al di là della scena sacra, nel paesaggio retrostante caratterizzato da un amalgama di rocce, fiori e piante acquatiche, dipinti con minuzia da botanico. L’erba di San Giovanni, il gelsomino e l’acanto simboli del martirio, della resurrezione e della vittoria. Un architettonico tripudio d’arte e natura che veste la nuda roccia mitigandone l’imponente durezza. Un corso d’acqua scorre in lontananza, sublime visione dai tenui colori che sfumano in una luce sovrannaturale che destabilizza lo spettatore. Perduta la stabilità della dura roccia, si travalica il mondo sensibile per raggiungere l’intelligibile, metafora pittorica della fine della vita e l’incertezza del trapasso.

Il mio non vuole essere uno sterile encomio al genio universale del Leonardo Da Vinci, ma l’intento è quello di campire l’elemento naturale che sovrasta il tutto: “l’anfratto”, simbolo dell’utero materno e rimembranza dei primi vagiti di una primordiale umanità.

Lo stesso Leonardo è affascinato dall’immagine della caverna, come dichiara lui stesso nei suoi scritti; un ammasso di annotazioni, appunti e disegni su vari argomenti trattati dall’artista in diversi momenti della sua vita. La caverna avvince Leonardo non solo da un punto di vista scientifico e geologico, ma come interiora della terra, una natura sotterranea che cela misteri nel suo ventre vasto, freddo e pieno.

Nate dall’ancestrale volontà della natura, estrudono la luce esterna a favore dell’oscurità dei propri antri freddi e silenziosi. L’inquietante e buia quiete è interrotta dall’incessabile gocciolio delle acque sotterranee, che scolpiscono la materia con lenta e infinita voracità.

Questo silenzioso linguaggio degli atavici fenomeni sotterranei e l’oggetto di studio della speleologia. È una scienza relativamente giovane, e la spiegazione risiede nell’ancestrale timore che gli uomini hanno avuto nei confronti delle caverne, un covo di creature magiche che alimenta le fantasie più recondite della mente umana.

In tempi lontani, le cavità naturali ospitarono la nostra progenie e donarono loro riparo dalle intemperie e dalle fiere, primordiale tetto sotto il quale nacque la prima rudimentale cultura umana. Stanziatosi ai margini dei meandri della terra, l’uomo primitivo si trova circondato dai misteri del mondo esterno e da quelli del sub terraneo. Avvolto dalla luce degli antichi focolai, rimane lì, tra insidie e affetti, tra quotidianità e ritualità, in un labile confine scandito da luci ed ombre.

Dalla natura alla cultura, dall’Olduviano al Musteriano, con un balzo di milioni di anni si giunge al Neanderthal. Nelle rigide lande europee, l’Homo Neandhertalenis sviluppa un’elevata ed originale complessità culturale. Dotato di una straordinaria intelligenza, elabora con pratiche simboliche e creative la fine della vita. Il Neanderthal è il primo essere ad elaborare il lutto ed attribuisce un senso all’evento della scomparsa e dell’assenza. I defunti sono inumati nelle grotte, dimora dei vivi e dei morti, uno “spazio della memoria” dove il sacro convive con il profano. All’arrivo del Sapiens arcaico, le pareti della nuda roccia si intingono di colori, immagini, simboli impregnati di un potere mistico ed eterno, è la nascita dell’arte preistorica. Dall’uomo delle caverne a Leonardo Da Vinci, milioni di anni di differenza; eppure, l’infatuazione per ciò che la terra occulta nei suoi anfratti resta sempre viva più che mai. Dardi, animali, lance, danze di figure umane o teriomorfe, le pareti delle grotte si animano di variopinte scene istoriate, come una grande tela dipinta da un rinomato pittore d’arte contemporanea. All’ombra delle torce questi dipinti e incisioni sembrano cimentarsi in enigmatiche e macabre danze, destinate a perdurare e a perdersi nell’infinità del tempo.

Lescaux, Altamira, Chauvet, Magura, Cueva de las manos e Valcamonica, sono solo alcuni dei siti speleo-archeologici disseminati nel mondo e patrimonio dell’umanità. Altisonanti, maestosi, solitari, imperscrutabili e fragili, questi luoghi sono uno scrigno di messaggi obnubilati nella roccia, destinati a portare innumerevoli dibattiti nella comunità scientifica e nelle future generazioni di archeologi.

Il mio desiderio non è descrivere in questo articolo le grandezze conosciute ai molti, ma l’intento è quello di portarvi ad esplorare gli anfratti e i culti della mia terra: “la PUGLIA, terra di confine e porta d’oriente”.


Ottocento chilometri di costa, situata nel lembo sudorientale d’Italia e incastonata nel cuore del Mediterraneo, la Puglia è arte, fede, storia, natura e tradizioni. Paradiso terrestre ricco di oasi naturali, con le sue propaggini si staglia tra due mari, l’Adriatico e lo Ionio, che modellano le acclivi coste ammaliatrici, caratterizzate dagli innumerevoli scenari, tra distese di sabbia bianca e scogliere a picco nell’acqua.




Fig.2 CARTOGRAFIA DELLA PUGLIA.

FONTE: Mappa della Città di Provincia Regionale Italia: Puglia (italia-mappa.blogspot.com).



La Puglia ha rappresentato il crocevia di diversi popoli che hanno lasciato innumerevoli tracce su questa terra, divenuta un unico grande infuso di sapori e tradizioni, rendendola una delle mete più conosciute e apprezzate del mondo. Queste ricchezze culturali e materiali non si trovano solo in superficie, ma anche all’interno del suolo pugliese, nelle sue vetuste cavità, come un fortino dall’inestimabile valore lasciato ai posteri dalle antiche civiltà.

Partendo dal Nord della regione, la prima tappa d’obbligo è il Gargano.

“Garganos” era l’antico nome in greco dello sperone d’Italia e significa letteralmente “montagna di pietra”. Imponente sovrasta le acque dell’Adriatico ed è dotato di una straordinaria varietà di paesaggi. È arduo descrivere una così vasta disomogeneità di ambienti, ci si sente smarriti in un dedalo d’unica bellezza ed è per questo che vorrei citare le parole di Giuseppe Ungaretti, attinte dal suo viaggio nella Foresta Umbra nel lontano 1934: <<Il Gargano è il monte più vario che si possa immaginare. Ha nel suo cuore la Foresta Umbra, con faggi e cerri che hanno 50 metri d’altezza e un fusto d’una bracciata di 5 metri, e l’età di Matusalemme; con abeti; aceri, tassi. Con un rigoglìo, un colore, l’idea che le stagioni si siano incantate in sull’ora di sera; con caprioli, lepri, volpi che vi scappano di fra i piedi; con ogni gorgheggio, gemito, pigolìo d’uccelli…>>; un sortilegio sembra schiudersi dalle parole dell’illustre poeta. Egli è immerso in un sogno ad occhi aperti. Nessun’altro può trovare parole così soavi ed eleganti e nello stesso tempo prive di ogni leziosità, nel descrivere la magnificenza della Foresta Umbra, accompagnate da un talentuoso virtuosismo letterario, carico di un’ermetica potenza.

Non basta possedere un linguaggio forbito per descrivere gli scenari fiabeschi offerti dal Gargano, si resta ammutoliti dinanzi alla potenza della natura. La bocca tace, gli occhi osservano e il cuore palpita. Le vetuste faggete lasciano il posto alla semplicità dei Pini d’Aleppo e dei lecci riscaldati dal sole. Impetuosi i raggi riscaldano la bianca roccia calcarea delle acclivi scogliere che si immergono nelle acque cristalline; L’Adriatico logora a sua volta la roccia creando innumerevoli insenature. In questo continuo ciclo di creazione e distruzione, gli uomini hanno trovato un proprio posto, senza domare la natura, ma imparando a conviverci.






Fig. 3: Uno scorcio delle coste del Gargano.

FONTE: Spiagge all’ombra dei faraglioni: il Gargano più nascosto | SiViaggia.



I borghi disseminati lungo la costa e nell’entroterra conservano molte dell’antiche caratteristiche medioevali. Il legame indissolubile tra antico e moderno è uno dei tratti distintivi degli scorci della Puglia. Si passa dai borghi costieri di Vieste, Peschici e Rodi Garganico a quelli montani di Vico del Gargano, Monte Sant’Angelo, San Giovanni Rotondo e Rignano Garganico. Quest’ultimo borgo è ubicato su un’altura che consente una meravigliosa vista del Tavoliere delle Puglie. Il clima di Rignano è rigido d’inverno a causa dello scarso effetto mitigatore del mare, mentre in estate, grazie alla frescura, si sfugge dalla calura tipicamente pugliese. Questo “balcone della Puglia” svettante sull’intero paesaggio, cela al suo interno un patrimonio di grande valore archeologico, uno dei più importanti d’Italia: “Grotta Paglicci”.


A 107 metri s.l.m, sulla riva destra del vallone di Settepende, la grotta sovrasta la pianura foggiana. Il luogo dona allo spettatore un susseguirsi di eterogenei paesaggi che ospitarono l’antica civiltà umana. In basso, si trova la pianura, che dovette offrire praterie poco erborate o steppe; in alto la montagna con i suoi greppi rocciosi; la vegetazione era caratterizzata da macchie e piccoli boschi addensati nei canaloni montani e lungo i principali corsi d’acqua della pianura. In questo scenario plasmato dalla natura selvaggia, l’uomo preistorico di Paglicci doveva disporre di una ricca selvaggina.



Fig. 4: Grotta Paglicci-Veduta panoramica del vallone Settepenne e localizzazione del sito, sovrastante la pianura foggiana.

FONTE: https://www.researchgate.net



Agli occhi dei Sapiens appariva maestoso lo scenario di queste terre, che celavano l’entrata della grotta tra le sfumature del paesaggio. Quel luogo dagli innumerevoli volti divenne la loro dimora. I paleolitici lasciarono tracce della loro presenza sulle pareti fredde e oscure dell’anfratto, illuminate da un sottile strato di luce che crea un afflato mistico, distogliendo dalla realtà coloro che si addentrano nelle sue ampie e complesse sale. Attraverso un cunicolo dal soffitto assai basso, si accede in una saletta interna molto appartata dove sono raffigurati due cavalli: solo uno è completamente visibile, dell’altro rimane ben poco di quella che doveva essere la sua imponente dimensione, consunta dal trascorrere del tempo. L’equide integro è raffigurato in posizione verticale ed osservandolo sembra compiere un balzo. La superba figura trasuda ancora nobiltà e possanza, reminiscenza dell’indomabilità di quell’animale che sembra nitrire, all’interno dell’austera cavità. Colpisce la sorprendente cura dei dettagli delle figure zoomorfe, un richiamo alle raffigurazioni parietali del ciclo più antico dell’Arte franco-cantabrica.

Mani e ancora mani! Queste sono le ulteriori rappresentazioni presenti sul supporto litico. Rappresentate in negativo, spruzzando intorno ad esse il pigmento, ed altre in positivo, ottenute per diretta impressione delle mani stesse, queste rappresentazioni affascinano da sempre gli studiosi di tutto il mondo. Sconosciuta è ancora la datazione di queste pitture, ubicate in un arco cronologico che va dai trenta ai venti mila anni fa, nel periodo chiamato Gravettiano fino alla successiva fase iniziale dell’Epigravettiano. Il vero interrogativo consta nello svelare la simbologia di queste parti anatomiche impresse sulla roccia. Il repertorio probabilmente è legato ad un antico rituale di iniziazione, che sancisce il passaggio dall’età giovanile a quella adulta. Ignota, inoltre, è la possibile correlazione tra le mani e la raffigurazione degli equidi.

Questa tipologia di decorazioni continuò ad essere utilizzata anche nel Neolitico, come si evince dalle pitture parietali della “Grotta dei Cervi” di Porto Badisco, posizionata a pochi chilometri da Otranto, nella provincia di Lecce. Nella “grotta proibita”, su cui vige il divieto di accesso per preservarne i tesori, sono presenti ancora le rappresentazioni di mani impresse sulla roccia. Le pitture sono il retaggio di un irrisolvibile culto sciamanico, collegabile ad una figura enigmatica, conosciuta da tutti come lo stregone di Porto Badisco. Intorno a questi intricati rituali gravitano ancora molti interrogativi. L’unica certezza è la semplicità di un gesto compiuto dai nostri avi, che ha causato numerosi alterchi all’interno della comunità scientifica internazionale.

Tralasciando i dibattiti ancora accesi nell’establishment accademico, è opportuno elogiare gli studiosi che hanno lasciato una parte della loro anima in questi intricati luoghi. Gli scavi iniziarono nel lontano 1961 e furono condotti dal Museo Civico di Storia Naturale di Verona, sotto la direzione di Francesco Zorzi. La brillante carriera del celebre naturalista non fu soltanto finalizzata allo sterile accumulo e alla musealizzazione dei reperti, ma anche all’intensa ricerca paletnologica sul campo. Egli studiò le zone dell’Italia settentrionale caratterizzate dalla presenza delle facies palafitticole come il sito delle “Barche di Solferino”. L’audace studioso condusse i suoi studi sul territorio italiano durante il secolo delle due guerre, ai quali lui stesso partecipò. Infine, il veterano incoronò la sua carriera con la scoperta delle pitture parietali di grotta Paglicci, l’unica testimonianza della cultura visuale paleolitica in Italia.

Nel 1971 gli scavi passarono all’Università di Siena, capeggiati da Arturo Palma di Cesnola, al quale si deve lo straordinario lavoro di ricerca che ha permesso di avere un esaustivo quadro crono-culturale, ancora oggi utilizzato come colonna portante negli studi paletnologici. Il ricordo dell’archeologo riecheggia nei cuori degli abitanti di Rignano Garganico, che fregiarono lo studioso della cittadinanza onoraria. Il nome di Cesnola è presente negli scritti di un altro grande erudito, il professor Fabio Martini, nel suo libro “Archeologia del Paleolitico: Storia e culture dei popoli cacciatori-raccoglitori”, in cui traspare l’antichissima frequentazione della grotta risalente al Paleolitico inferiore-medio, ovvero più di duecentomila anni fa, con la presenza di manufatti che attesterebbero le straordinarie capacità cognitive dell’Homo Neanderthalensis. In quest’ultimi anni gli scavi sono stati diretti dalla professoressa Annamaria Ronchitelli, alla quale va un sentito elogio non solo per lo spessore professionale, ma soprattutto per l’arduo compito di aver egregiamente portato avanti la poderosa campagna di ricerca su un sito di grande interesse internazionale. Un enorme lascito da parte d’illustri nomi, e del loro contributo nell’affinare la metodologia della ricerca archeologica soprattutto nel “delicatissimo” fildwork paletnologico.




Fig. 5:Dipinto del Cavallo Verticale di Grotta Paglicci (foto di Silvio Orlando).

Fonte: RignanoNostra.it - Grotta Paglicci: un tesoro paleolitico di fama mondiale


Estrudendo i tecnicismi a favore di una lettura indirizzata anche ad un pubblico non esperto del settore, non si può tralasciare una delle scoperte più significative che i 12 metri del potente deposito della sala atriale ha restituito agli studiosi, ovvero due sepolture, una di una donna e l’altra di un giovane ragazzo, divenuti ormai l’emblema del sito.

In archeologia, il termine “bacino di deposito” indica uno spazio al cui interno avvengono interazioni tra forze naturali e antropiche. L’azioni di erosione, movimento e deposito si intrecciano a opere di distruzione, trasporto e accumulo o costruzione, portando alla nascita di quel fenomeno chiamato “stratificazione”. Tale meccanismo presuppone sempre la rovina del precedente equilibrio e la formazione del nuovo, un susseguirsi di periodi di attività e di minore attività, che formeranno i diversi “strati” e i successivi periodi di interruzione o pausa ne formeranno le “superfici”. Quest’ultime rappresentano uno stacco o cesura tra uno strato e l’altro, ed è compito dell’archeologo indagare anche queste lacune della documentazione stratigrafica. Partendo dal terreno vergine, l’uomo e la natura creano strati che seguiranno il principio di sovrapposizione. L’archeologo procederà all’interruzione e alla distruzione irreversibile del meccanismo scavando dall’alto verso il basso, ovvero dallo strato più recente a quello più antico.

Incantevole è la metafora utilizzata dal professor Andrea Carandini nel suo libro “Storie della terra”, nel quale lo studioso paragona la formazione dello strato archeologico all’ontogenesi umana:<<…lo strato può essere dunque considerato alla stregua di un essere vivente. Si può parlare della sua formazione come di una gestazione. Uno strato in formazione non ha ancora prodotto la sua superficie, che sarebbe come la sua pelle, ma può subire fin d’ora danneggiamenti, come avviene con le malattie del feto. Compiuta la superficie, lo strato ha completato la sua fase prenatale. Viene poi la sua vita, più o meno lunga e travagliata da usure e distruzioni. Sopraggiunge infine la morte quando lo strato viene in parte o del tutto sepolto da strati più tardi, ma ulteriori danneggiamenti possono prodursi anche dopo la sua morte, durante la sua sepoltura…>>; sublime interpretazione della nascita, della vita e del fine ultimo della materia paragonato alle fasi della “bios” di un essere senziente. Quel momento ultimo della fine esistenziale dello strato avvenuta in grotta Paglicci in realtà ha accolto la morte di due esseri umani: la morte inorganica ha suggellato la morte organica.


Aveva solo tredici anni, quando in un freddo giorno di venticinquemila anni fa il fanciullo di grotta Paglicci si spense per sempre, per essere ritrovato nel 1971 adagiato sulla superficie dello strato 22. Egli fu sepolto in posizione supina con il capo girato verso destra, l’avambraccio destro flesso totalmente sul braccio e la mano rivolta verso il viso. Sul calvario sono stati trovati denti forati di cervo, ed altri ne furono rinvenuti vicino al polso sinistro e la caviglia destra, fungendo da braccialetto e cavigliera. Sul petto era adagiata una conchiglia, forse ciò che restava di una collana. Un punteruolo, un bulino, un blocchetto di ematite e dei grattatoi costituivano il corredo.

A distanza di qualche migliaio di anni la grotta ospitò un'altra inumazione, questa volta di una fanciulla adagiata in una fossa, anche quest’ultima risalente al Gravettiano, con all’interno un corredo molto più sobrio. La posizione era supina, la testa inclinata in avanti e verso sinistra, le braccia parallele al torace e le mani accostate nella regione pubica; distesi gli arti inferiori dei quali tibie e peroni apparivano molto fratturati. Entrambe le inumazioni presentano inoltre l’impiego di ocra rossa molto probabilmente cosparsa sui defunti. Il sistema coloristico, infatti, non è circoscritto unicamente alle figurazioni parietali. Il composto di ematite e sesquiossido di ferro veniva disteso come letto o come copertura del cadavere deposto nella fossa di inumazione. Suscita un irresistibile e sottile fascino immaginare la tensione di quel rituale attuato dall’uomo di Paglicci. Nell’oscurità dell’anfratto, lesa dalla luce del focolare, egli è assorto in un vano tentativo di domare lo strazio della perdita e veste la nuda morte con rituali e simboli. Il defunto diviene oggetto, strumento nelle mani dei vivi e dello psichismo della comunità che adotta il “rito” a sua volta caratterizzato dal “segno”, unico e destinato all’eternità, da contrapporre all’evento della scomparsa, anch’esso unico e irrimediabile.





Fig. 6: Sepoltura della donna di Paglicci.

Fonte: L’Uomo di Grotta Paglicci. – Grotta Paglicci



Grotta Paglicci non è l’unico tesoro celato nel sottosuolo garganico.

Grotta spagnoli è un altro sito che richiama l’attenzione degli studiosi di tutto il mondo. Indagato dalla professoressa Mara Guerri dell’Università di Firenze, questo mondo sotterraneo è conosciuto per la presenza di manufatti litici preistorici risalenti al Paleolitico medio. Il materiale litico è stato lavorato con un metodo di scheggiatura conosciuto negli studi dell’industria litica preistorica come “tecnica Levallois”.


Spostandoci verso il Tavoliere, la più grande pianura del Meridione, notiamo un mutamento nel paesaggio della Puglia. La modesta altezza del promontorio del Gargano sfuma in un ambiente pianeggiante articolato da una serie di terrazzamenti degradanti dalle basse colline appenniniche verso la costa, risultato dell’erosione marina quaternaria dei depositi pliocenici. I corsi d’acqua provenienti dall’Appennino hanno intagliato questi terrazzi, formando piccole alture arrotondate – le coppe – isolate e divise da ampie valli interfluviali. Il Tavoliere è una terra dai mille volti segnati da innumerevoli cicatrici, sfregio degli agenti atmosferici che l’hanno resa unica al mondo.

L’endemismo del luogo è racchiuso nella sua capacità di trattenere sulla sua superficie le antiche tracce del passato, restituendole con una completezza e chiarezza da rappresentare un tesoro per gli appassionati ed esperti di aerofotografia archeologica. Nessuno saprà mai lo stupore provato da John Bradford, ex ufficiale dell’aereonautica militare inglese, quando nella lontana estate del 1943 si accorse di alcune tracce presenti sul Tavoliere durante la ricognizione aerea della zona. I tedeschi arretrano sotto i colpi dell’esercito inglese, chilometro dopo chilometro, inarrestabile e la potenza degli alleati, la fine del Terzo Reich è vicina, una parte della storia termina mentre un’altra inizia: la storia degli scavi archeologici dei complessi neolitici della Puglia settentrionale.

Doveroso e sentito elogio al lavoro svolto dal professor Giuseppe Ceraudo e i suoi collaboratori, per aver portato avanti un cavilloso studio aerofotografico dei siti archeologici della Puglia. Nell’opera “Archeologia delle Regioni d’Italia: Puglia” diretta da Sergio Rinaldi Tufi, il professor Ceraudo restituisce dignità al “tacco” dello stivale italiano attraverso una sequela di immagini aeree accompagnate da dettagliate descrizioni. Un tributo alla sua seconda terra segnata profondamente dagli eventi umani e climatici. Nel volume spicca il celebre sito “Passo di Corvo”, conosciuto come il villaggio neolitico più grande d’Europa. Personalmente, credo che l’aerofotografia applicata all’archeologia non sia solo utile ai fini della ricerca, ma anche come strumento di comprensione e riflessione per la comunità che vive in stretto contatto con un patrimonio da tutelare e valorizzare. Questa tecnica permette di avere una visione differente del luogo in cui si vive, sensibilizzando il cittadino sulla necessità di custodire e rendere fruibili le memorie della terra, minacciate dall’inarrestabile e celere avanzata del moderno tessuto urbano.


Oltre duecento villaggi sono stati identificati e indagati. Tracce lasciate dalle antiche strutture neolitiche racchiuse da fossati, vestigia di comunità che abbandonarono la caccia e la raccolta per risiedere stabilmente sul Tavoliere della Puglia. Stanziatosi in questi ambienti ecotonali, crocevia di differenti formazioni geologiche, l’uomo del Neolitico sfruttò la natura circostante con intensa costanza. Dalla costa al mare, i villaggi trincerati iniziarono ad espandersi verso l’interno. Dai più antichi come Coppa Nevigata e Masseria Candelaro si passa agli insediamenti di Posta d’Innanzi, Monte Aquilone, Amendola e Passo di Corvo.

Tra passaggi di potere e sincretismi, gli abitanti del Tavoliere sfruttarono con grande voracità le risorse del territorio. Il Neolitico sancisce l’entrata in scena di una nuova umanità, portatrice di una cultura che causa un elevato impatto sulla natura circostante. L’uomo del Neolitico si trasforma “nell’agente geomorfico”, il quale influenza la natura e crea antichi paesaggi, destinati a susseguirsi e mutare in rapporto diretto all’evoluzione tecnologica umana.

L’opera antropica di sfruttamento intensivo, aggravata da una crisi climatica in senso arido, con forte diminuzione della piovosità, innesca un processo di degrado del paesaggio a partire dalle fasi avanzate del Neolitico medio. L’ambiente collassa, il Tavoliere perde la sua rigogliosa vegetazione e assume caratteri tipicamente esotici, un richiamo ai paesaggi desertici dell’Africa. La desertificazione è inarrestabile, l’acqua scompare, i fossati dei villaggi trincerati perdono la loro funzione drenante e l’uomo per sfuggire all’esiziale siccità chiede aiuto alle divinità. Nei meandri oscuri di Grotta Scaloria, i neolitici implorano quelle acque affinché rendano nuovamente fertile quella terra ormai sterile. Nessuno saprà mai l'entità di quei rituali, ma ciò che colpisce di più e la straordinaria coincidenza inerente al ritrovamento della grotta. L'anfratto, infatti, è stato scoperto nel 1932, in occasione della costruzione dell’acquedotto Manfredonia- Monte Sant’Angelo. Estasiante è immaginare come il ritrovamento di un luogo legato al culto delle acque di stillicidio, sia avvenuto in concomitanza alla costruzione di una recente opera urbana, destinata a portare quel bene prezioso ed indispensabile alla nostra amata e sitibonda terra.

Lo stesso Ungaretti seguì il percorso dell’acquedotto durante il suo viaggio in Puglia. Nell’opera “Il deserto e dopo le Puglie”, il poeta descrive il suo pellegrinare dalle ultime propaggini lambite dalla grandiosa opera d’ingegneria idraulica, fino ad arrivare alle sorgenti del Sele che la alimentano. Infine, lo sguardo del poeta dei “Fiumi” si posa sulle polle vive d’acqua e le osanna tramite i versi delle laudi francescane. Ungaretti intinge di sacralità le acque asperse su quella nuda terra, imbibita di una forte e vibrante religiosità, che la rende una celebre meta di pellegrinaggio, tra le più ambite d’Italia, d’Europa e del mondo.

La sacralità della grotta travalica le ere, assorbe i culti e ammalia i popoli.

Una silenziosa rivoluzione cambia la storia dell’umanità legata indissolubilmente al culto. Il cristianesimo inizia a diffondersi tra le popolazioni del promontorio garganico. Al sopraggiungere della morte, il corpo del defunto viene privato di ogni ricchezza tipica delle sepolture daunie, per far posto ad una deposizione nuda, priva di ogni frivolezza materiale legata al modo terreno. A pochi passi dal mare di Vieste, nella necropoli “la Salata”, le comunità paleocristiane iniziano a deporre all’interno di un grottone i loro morti. Arcosoli, tombe terragne e parietali diventano parte integrante della natura, simbolo della caducità della vita e del ritorno alle antiche origini.

Incastonato sul tracciato della Via Sacra Langobardorum, sorge il santuario di San Michele Arcangelo. Il popolo dei Longobardi consacrò la terra del Gargano al culto micaelico. Le ali di Mercurio, la forza di Ercole per sconfiggere il drago e la bellezza di Apollo collidono in un’unica celestiale figura, apparsa su Monte Sant’Angelo, in una numinosa giornata di primavera dinanzi ad una comunità di pastori e pellegrini. L’angelica apparizione scuote fulminea le assopite menti della gente umile o come la definisce Ungaretti dai <<cuori semplici>>. L’arcangelo sconfigge gli idoli pagani assumendone i connotati. Circondata dal rude paesaggio garganico, la candida facciata della chiesa accoglie i pellegrini con le sue grandi arcate, sovrastate dalla statua di San Michele racchiusa in una nicchia. Varcato il vestibolo, si percorre la lunga scala che conduce al cuore del santuario, nella sacra grotta. Giunti all’interno, l’aria è tesa. Le luci artificiali si scagliano contro le pareti dell’anfratto. Scende il silenzio. Gli occhi puntati alla statua del milite delle sacre milizie, intento nella sua millenaria battaglia contro le forze del male. Milioni di preghiere vengono rivolte all’arcangelo. Milioni di pellegrini implorano la sua intercessione, il suo perdono, la sua grazia o un suo prodigio.

All’uscita si rimane in silenzio, nella continua preghiera. Il corpo è fuori l’anfratto ma l’anima rimane dentro. Del sacro e terso santuario, rimane solo una luce interiore, per citare il Petrarca, tanto amato dall’Ungaretti: << E m’è rimasa nel pensier la luce>>.



Fig. 7: Interno del santuario della grotta di San Michele Arcangelo.

Fonte: Santuario di San Michele Arcangelo - Puglia (viaggiareinpuglia.it)

Numerosi sono i siti archeologici crogiolo di eterogenei culti, susseguitisi nel corso dei millenni. In epoca moderna l’uomo continua ad utilizzare i luoghi di culto pagano per celebrazioni di tipo cristiano. L’usurpazione cultuale più recente può essere ammirata nella Grotta di Bucito, nel territorio di Grottaglie. Quest’anfratto è conosciuto dagli studiosi per i reperti archeologici che attestano una frequentazione a partire dal Neolitico, fino alla nascita della colonia greca di Taranto, verso la fine dell’VIII secolo a.C. Attualmente, la grotta viene utilizzata come affascinante palcoscenico del presepe vivente di Grottaglie. La notte di Natale, inoltre, viene celebrata la messa di mezzanotte, arricchita dai canti natalizi della tradizione popolare locale.

Ed è proprio nella tradizione folkloristica che possiamo rintracciare elementi inerenti all’usurpazione cultuale all’interno degli antri pugliesi. Straordinario è il dualismo tra archeologia e folklore, i quali entrano in commistione all’interno del concetto di “beni culturali”. Permettetemi di citare la meravigliosa leggenda di Santa Cesarea terme, simbolo dello sposalizio tra le grotte marine della Puglia con gli antichi culti delle acque. A parlarcene è il De Ferraris, detto il Galateo, illustre intellettuale salentino vissuto a cavallo tra il Quattrocento e Cinquecento. Nel suo “Liber de Situ Japigiae”, scritto nel 1558, ci informa di un tempio dedicato a Santa Cesarea, al cui interno scorreva <<una sorgente di acqua calda, salutare, a quanto ci insegna l’esperienza, per parecchie malattie. La sorgente è in una grotta in cui non si può accedere se non dagli scogli a picco sul mare>>. Il Galateo riporta la leggenda legata al sito e alla santa: <<Gli abitanti del luogo raccontano che in questa grotta si nascose Santa Cesarea per sfuggire dalle ire del padre ed alcuni di loro assicurano di aver visto lì la santa con una lampada in mano>>. Alla versione cristiana fa da contraltare anche il mito pagano, secondo il quale <<i Giganti, dopo che furono scacciati dai Campi Flegrei, si rifugiarono qui>>. Ercole lì insegui fino alla Japigia, per sconfiggerli definitivamente. Le esalazioni sulfuree di Santa Cesarea (e di altre località) sarebbero una conseguenza della loro putrefazione.

All’interno della casistica, non posso eludere le maestose Grotte di Castellana.

Ubicate all’ingresso della Valle D’Itria, a pochi chilometri da incantevoli borghi come Alberobello, Cisternino, Polignano a Mare, le Grotte di Castellana si aprono nelle Murge sudorientali. Formatesi circa cento milioni di anni fa, per effetto di quel fenomeno chiamato “carsismo”, sono posizionate a 330 metri s.l.m.

Orrido, pittoresco, selvaggio e maestoso, questi sono gli aggettivi ideali per descrivere l’ambiente sub terraneo delle Grotte di Castellana. Quando ci si avventura per la prima volta in quei cunicoli, ed è superato lo stupore iniziale nei confronti di quel mondo estraneo, si inizia a concepire la bellezza dell’enorme struttura, orchestrata magistralmente dalla natura. La visita delle Grotte si snoda lungo un percorso di 3 km, ad una profondità di circa 70 m. Il tratto delle Grotte accessibile al pubblico è costituito da ambienti eterogenei. Stalattiti, stalagmiti, cortine, colonne, preziosi cristalli occhieggiano ovunque. Non mi stupisce se in passato nessuno aveva osato addentrarsi in quelle caverne dagli oscuri volti, che per la gente locale, celavano l’ingresso al mondo degli inferi. Tra miti e leggende, le Grotte di Castellana rimasero inesplorate fino al 1938, quando i colossali speleotemi si rivelarono al mondo grazie all’esplorazione di Franco Anelli. La luce della conoscenza entrò in quell’abisso. I numerosi ambienti esplorati hanno assunto nomi stravaganti derivati dalla “pareidolia”, la tendenza istintiva nello scovare strutture ordinate e forme familiari in immagini disordinate. Tra gli originali nomi, attribuiti agli anfratti dalle innumerevoli concrezioni cristalline, spicca quello della “cavernetta del presepe”, chiamata così dallo stesso Anelli. All’interno del piccolo antro sembra esserci una madonnina inginocchiata. Non vorrei sfociare in inutili elucubrazioni, ma intravedo in questa pareidolia, un’atavica volontà di esorcizzare le tenebre. Inconsciamente, la mente umana pervasa da un primordiale timore nei confronti dell’oscurità, utilizza immagini sacre per allontanare gli influssi malvagi. Lo stesso accade nei cunicoli dei Bottini di Siena, costruiti nel periodo medievale, per l’approvvigionamento idrico della città.

All’interno dei 25 km di gallerie, le cui pareti sono coperte da incrostazioni di calcio, stalattiti e stalagmiti, in molti punti si trovano murate delle statuette raffiguranti la Madonna e numerose croci incise sulla roccia. Le immagini legate al culto mariano e staurico, furono ubicate a protezione dai pericoli dell’oscurità. Gli uomini scavarono troppo a fondo e con troppa cupidigia. Ieri come oggi, nelle cavità naturali o artificiali, sia gli analfabeti che i grandi eruditi, sono entrambi influenzati dallo stesso timore per le tenebre, per ciò che è celato agli occhi degli uomini. Nasce il culto. La spiritualità è traslata nel buio della terra e della mente.



Fig. 8: Madonnina delle Grotte di Castellana.

Fonte: https://www.facebook.com/castellanacaves.





Giungiamo infine nel Salento. Una terra arsa dal sole, che riscalda le immense distese rurali dal terreno rossiccio, a loro volta in contrasto con il bianco delle costruzioni dei piccoli centri urbani. Le colture dell’agro salentino sono in predominanza costituite dagli ulivi secolari, divenuti ormai il simbolo di questa terra. Alberi maestosi dai tronchi contorti, le cui ombre sovrastano i muretti a secco utilizzati per la divisione terriera. Il paesaggio della campagna salentina è arricchito dalle numerose e antiche masserie, ormai in dirotto, possedute dalla natura circostante che si riappropria delle fattezze antropiche. Dai paesi fantasma alle masserie fortificate, dalle piccole edicole votive alle chiesette rurali, l’uomo e la natura si fondono all’unisono. Mattoni, tegole, muri crollati e antichi pozzi sono invasi da rovi e sterpaglie. All’interno del silenzioso e nostalgico abbandono, in realtà si conserva una straordinaria diversità biologica, un ambiente dalle caratteristiche uniche, identificato dal paesaggista Jean Clermont con l’appellativo di “terzo paesaggio”. Il cangiante Salento muta il suo aspetto in prossimità delle coste. Agli occhi dell’uomo si schiudono differenti scenari a seconda della direzione scelta, quella dello Ionio oppure verso l’Adriatico. Giunti in prossimità delle coste adriatiche, si apre un paesaggio tipicamente mediterraneo. Le ripide scogliere si immergono a strapiombo nelle acque, e osservandole dall’alto assumono tonalità scure. Dalla parte opposta le coste ioniche mitigano l’impeto di quelle adriatiche, presentandosi con tratti tenui, caratterizzati da spiagge dalle tonalità chiare, che rendono le acque di un turchese cristallino.

Il Salento in passato era chiamato dagli autori classici “Messapia”, e i Messapi erano i suoi abitanti. Questa tribù iapigia era originaria dall’antica Illiria, corrispondente alla parte occidentale della penisola balcanica. Il nome di Iapigi fu dato loro dagli antichi greci, che collegarono l’origine di questo popolo con il figlio di Dedalo, Iapige. Quando attraversarono l’Adriatico, essi sbarcarono in Puglia e si unirono alla popolazione indigena, formando tre popoli distinti: i Dauni, stanziatisi nella parte settentrionale, cioè la Daunia, e i Peucezi nella Terra di Bari. La restante parte della Puglia meridionale era invece abitata dai Messapi.

Valorosi, indomabili e fieri, pronti a scontarsi con la vicina Taras, l’attuale Taranto, l’unica colonia greca della Puglia. I Messapi, inoltre, furono grandi costruttori e artigiani, come è attestato dai ritrovamenti architettonici e ceramici, rinvenuti durante le numerose campagne di scavo condotte dall’Università del Salento. Gli studi effettuati hanno rilevato una fase di sviluppo degli insediamenti messapici a partire dal IV secolo a.C. Gli archeologi hanno ipotizzato un incremento demografico dell’area, ravvisabile nella crescita esponenziale del numero degli insediamenti di piccole, medie e grandi dimensioni. Gli abitati furono sistematicamente compresi all’interno di circuiti murari ed il sistema insediativo, già delineatosi in età arcaica, divenne sempre più complesso. L’ipotesi è stata suffragata tramite le analisi di intervisibilità realizzate con la tecnologia G.I.S da parte del laboratorio di informatica per l’Archeologia dell’Università del Salento, diretto dalla professoressa Grazia Semeraro.

Ceglie Messapica, Oria, Rudiae, Nardò, Muro Leccese ed Ugento, furono i centri abitati che ricoprirono un ruolo dominante su tutta la Messapia, nel corso del IV secolo a.C.

Intorno a questi centri dalle pantagrueliche dimensioni, superiori ai 100 ettari, gravitavano abitati di dimensione minori comprese tra 50 e 80 ettari, ed anche piccoli insediamenti, con estensione inferiore ai 15 ettari, collocati spesso lungo la costa con funzione di scalo portuale.




Fig. 9: MAPPA DEGLI INSEDIAMENTI MESSAPICI DEL IV-III SECOLO A.C.- LAB DI INFOMATICA PER L’ARCHEOLOGIA, UNISALENTO- BARBARA PECERE.

FONTE: Lo spazio del sacro nella Messapia (Puglia meridionale, Italia)

Giovanni Mastronuzzi

https://doi.org/10.4000/mefra.4236



Il mio più sentito elogio va al professor Francesco D’Andria e ai suoi numerosi contributi dedicati all’inquadramento del sistema insediativo nel Salento preromano. Studioso di straordinaria caratura, a lui si devono le preziose ricerche condotte nella località di Castro, primo approdo in Italia dei troiani guidati da Enea, in fuga dall’assediata città di Troia. L’approdo nel Salento è stato descritto da Virgilio nel libro III dell’Eneide, riportando dettagli sull’aspetto del porto e della costa di Castro. I recenti scavi archeologici hanno permesso di identificare un santuario dedicato ad Athena Iliaca, lo stesso di cui parla Virgilio. La località di Castro rientra a pieno titolo nell’Aeneas Route, l’itinerario della rotta di Enea, dall’oriente all’occidente, attraverso il Mediterraneo.

Un altro studioso che ha contribuito alla scoperta del Salento messapico è il professor Giovanni Mastronuzzi. Il professore ha svernato con grande acume l’intimità della società messapica, scovando e indagando, i luoghi della vita pubblica e privata dei Messapi, volgendo il suo sguardo anche agli spazi dedichi al culto. Presenti sia all’interno che all’esterno dei centri urbani, i santuari assumono un forte valore identitario per le comunità, non solo per i legami endogeni, ma anche per quelli esogeni, ovvero nei confronti di membri appartenenti ad altre comunità.

Tra i luoghi di culto indagati dal professor Mastronuzzi, il santuario di “Monte Papalucio”, appartenente all’antica città di Oria, rientra a pieno nella mia classica dei santuari in grotta della Puglia, in particolar modo del Salento di epoca messapica.

Il complesso è formato da una serie di terrazze disposte su un dislivello di oltre 10 metri, sottostante una parete di roccia in cui si apre una grotta.


Fig. 10: Oria, Monte Papalucio : ricostruzione del luogo di culto (ideazione F. D’Andria, realizzazione InkLink-Firenze).

FONTE: Lo spazio del sacro nella Messapia (Puglia meridionale, Italia)

Giovanni Mastronuzzi

https://doi.org/10.4000/mefra.4236


Incluso nel perimetro più esterno della fortificazione, articolata in circuiti concentrici, l’area di Monte Papalucio fu destinata al culto demetriaco, che perdurò fino all’epoca romana. Il culto di Demetra è attestato dalle iscrizioni, dalle raffigurazioni su ceramica e persino dai resti archeobotanici e archeozoologici. Dagli studi condotti sui resti animali rivenuti nel santuario, da parte del professor Jacopo De Grossi Mazzorin e della professoressa Claudia Minniti, coordinatori del laboratorio di archeozoologia dell’Università del Salento, la maggior parte di essi, circa l’80 %, apparterrebbero a giovanissimi suini. Secondo il mito di Mekone, infatti, nel momento in cui Ade rapì la figlia di Demetra, Persefone, il Dio degli inferi aprì la terra e creò una voragine, risucchiando alcuni maialini del pastore Eubuleo. Oltre a questi animali, anche il melograno è collegato al culto della dea, come è testimoniato dai carporesti ritrovati all’interno del santuario e studiati dal professor Umberto Albarella.

La sezione di bioarcheologia dell’Università del Salento è arricchita anche dal L.A.P., laboratorio di archeobotanica e paleoecologia, capeggiato dal professore Girolamo Fiorentino e dalla professoressa Milena Primavera, i quali hanno ripreso e portato avanti gli studi sui resti vegetali di Monte Papalucio. Gli studiosi hanno permesso di comprendere nuovi elementi inerenti allo spazio sacro, come ad esempio il processo di lavorazione dei vegetali, per produrre pani, focacce e taralli destinati ad un pasto rituale.

Non posso eludere il sito di Roca Vecchia, località costiera situata tra San Foca e Torre dell’Orso. Il lungo litorale disseminato di antiche testimonianze archeologiche, scavate dal professor Cosimo Pagliara e dal professor Riccardo Guglielmino, è il luogo in cui si trova una delle piscine naturali più belle del mondo: “Grotta della Poesia”.



Fig. 11: Grotta della Poesia (Roca Vecchia)

Fonte: https://www.pinterest.it/pin/561472278529059238/



Sono innamorato perdutamente di questi luoghi ameni, da me visitati in innumerevoli occasioni, e da studente di archeologia, il fascino aumenta in maniera esponenziale, quando si captano gli elementi che riportano alle antiche memorie. Non posso dimenticare la meravigliosa esperienza di scavo, diretta dal professor Pierfrancesco Fabbri, direttore del laboratorio di Antropologia Fisica dell’Università del Salento, rivolto allo studio delle sepolture collettive presenti nella chiesa di culto latino, della Roca medievale.

La grotta della Poesia è definita “la Poesia Grande”, per distinguerla dalla vicina cavità di minore dimensione, con forma irregolarmente ellittica, detta “Poesia piccola”. All’interno di quest’ultimo anfratto, ormai occupato nella parte bassa dalle acque marine, con un’apertura superiore causata dal crollo della volta, il professor Pagliara individuò nel 1983, un opulento complesso di segni e testi graffiti, estesi su otto metri d’altezza. Il ciclo comprende raffigurazioni antropomorfe, zoomorfe, insieme a mani e piedi, un ritorno del culto anatomico, presente nella già citata Grotta dei Cervi di Porto Badisco. Anche i Messapi lasciarono delle tracce, delle iscrizioni chiamate “Epigrafi”, la loro presenza è attestata anche in lingua latina, chiara testimonianza di una frequentazione del santuario durante l’epoca romana. L’encomio va a tutti i grandi studiosi, che hanno permesso di svelare il recondito linguaggio di questo grande “libro litico”.


Concludo la mia “periegesi” della Puglia, a tratti con forme simili ad un “Itinerarium”, giungendo nelle “Serre salentine”, per descrivere un altro complesso carsico di imponente bellezza: La Grotta Zinzulusa.

Ubicata geograficamente tra Castro e Santa Cesarea Terme, la grotta è nata dall’azione erosiva del mare, durante il Pliocene, con l’ingresso adornato dagli speleotemi, sculture naturali di unica bellezza. Successivamente, si giunge ad un lungo corridoio, denominato “delle Meraviglie”, che conduce al “Trabocchetto”, un piccolo lago formatosi dalla commistione tra le acque dolci e quelle salmastre. Celebre è la cripta, definita “Il Duomo” della Zinzulusa, abitata in passato da pipistrelli, che ricoprirono il deposito con il loro guano, divenuto solido e su cui si può camminare.




Fig. 12: Grotta Zinzulusa, ingresso.

Fonte: Castro, Lecce – à Grotta Della Zinzulusa. | Salento, Luoghi, Puglia (pinterest.it)

La figura cardine degli studi archeologici condotti a Grotta Zinzulusa, è quella di Giuliano Cremonesi. Colonna portante degli studi paletnologici in Puglia, riuscì ad individuare un nuovo orizzonte archeologico, di passaggio tra il Neolitico e l’Eneolitico, a cui darà, appunto il nome di “Facies Zinzulusa”. Lo studioso individuò molti reperti fittili sul fondale del lago presente all’interno della grotta, collegando la loro presenza ad un culto delle acque, e all’adorazione di una figura muliebre. Enorme il suo contributo nello studio dei materiali provenienti da Santa Maria della Grotta di Presicce, dalle Grotte Sacara e Marisa dei laghi Alimini e di Grotta dei Diavoli di Santa Maria di Leuca.


Dal Nord al Sud della Puglia, dall’imponente Gargano fino alle modeste groppe sassose delle Serre salentine, gli antichi popoli sfruttarono gli anfratti naturali per officiare i loro culti. Acqua, terra e fuoco, sono gli elementi predominanti in queste ritualità rivolte a divinità femminili. La Dea immortale muta il suo volto, trasmuta gli elementi e soggiace i comuni mortali. Nell’antichità, i Britannici veneravano una dea della giovinezza e della fertilità di nome Bride, che i cristiani ribattezzarono santa Brigida, dedicandole le celebrazioni del primo febbraio. Queste feste sono molto più antiche del cristianesimo. Le leggende popolari raccontano che Bride veniva tenuta prigioniera durante i mesi di buio nelle montagne dalla dea dell’inverno, che usava il suo mantello d’argento per ricoprire la terra di ghiaccio. All’inizio di febbraio, la giovane Bride veniva liberata, e con lei il candore della luce primaverile che seguiva le sue orme. Sulle parole di questa leggenda norrena, si ricama la trama del ratto di Persefone, e della madre Demetra che la cerca disperatamente, sino alle più remote regioni della terra. Ma per quanto cercasse, non riusciva a trovarla, e allora il mondo cadde nell’oscurità e nel gelo, in tal modo la carestia avrebbe estinto la razza umana e sottratto i sacrifici votivi alle divinità. Quando dopo innumerevoli peripezie e sofferenze, Demetra riesce a trovare l’amata figlia scopre un inganno: Persefone aveva mangiato il seme del melograno nel regno dei morti, era costretta a farvi ritorno, ogni anno, per un lungo periodo. Fu così che Demetra decretò il ciclo delle stagioni, il gelo e la natura dormiente nei mesi invernali, mentre nei successivi sei mesi la terra sarebbe rifiorita, dando origine alla primavera e all’estate. La Dea madre travalica i confini imposti dai popoli, con nomi differenti viene venerata in tutto il mondo, invocata e temuta, fonte di vita per l’umanità. Alla comparsa dei culti patriarcali e misogini, lei scompare, o forse no, rimane la sua ombra, ma continua a mutare. Ed ecco che nel Cristianesimo fa la sua apparizione una vergine, Maria la prescelta. Casta, forte, umana e poi immortale, lontana dalla corruzione dell’animo e del corpo, assunta in cielo e venerata anche lei negli anfratti, in una perenne lotta contro le forze oscure. Qualunque sia la sua natura attuale, lei rimarrà costante nei cuori degli uomini, intenti a chiedere la sua misericordia, la sua intercessione per congiungersi a Dio. Assorti nella preghiera, in un continuo soliloquio, immersi nell’oscurità dell’anima, lei porta una luce di speranza e di perdono, e <<M’illumino d’Immenso>>.


ALLA MIA TERRA


Alessandro Paladini




BIBLIOGRAFIA:

Ceraudo G., Piccarreta F., Manuale di Aerofotografia archeologica: Metodologia, tecniche e applicazioni. Seconda edizione, Bari, Edipuglia srl, 2000.

Clerment G., De Pieri F. (a cura di), Manifesto del terzo paesaggio. 2005.

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De Martino P., Le Meraviglie dell’Arte: Arte del Cinquecento. Volume IV, Milano, Editoriale Vita S.p.A., 1978.

Mantovano A., Vincenzo C., Giardini di Puglia: paesaggi storici fra natura e artificio, fra utile e diletto. Mario Congedo Editore.

Masiello L., Mastronuzzi G. (a cura di), Giuggianello e il suo territorio: tra mito, storia e archeologia. 2019.

Mazzorin D.G., Minniti C., Tagliente A. R., Guarnieri F., SANTUARI MEDITERRANEI TRA ORIENTE E OCCIDENTE Interazioni e contatti culturali Atti del Convegno Internazionale, Civitavecchia – Roma 2014, Studi sul sacrificio animale nel Mediterraneo antico: alcuni contesti a confronto. Scienze e Lettere, 2016.

Montefoschi P. (a cura di), Giuseppe Ungaretti: Il deserto e dopo le Puglie (1934). Edizione digitale a cura di Eleonora Carriero, Milano, Arnoldo Mondadori Editori S.p.A.

Primavera M., Pani, focacce e taralli: le più antiche evidenze archeologiche nel Salento antico. L’IDOMENEO, 2015.


















































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